Che cosa ho imparato lavorando un anno come selezionatore

Dr. House

Oggi c’è anche lui! 😀

 

Il lavoro non mi piace, non piace a nessuno, ma a me piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi.

J. Conrad

 

Questo post è piuttosto personale. Di solito quando preparo un testo per “Pensa fuori dalla scatola” voglio fornirti tecniche e spunti che ti aiutino a migliorare la tua vita, ma oggi sarò un po’ più egocentrico, visto che le ultime due settimane sono state periodo di anniversari: Pensa Fuori dalla Scatola ha compiuto ufficialmente due anni e io ho completato il mio primo anno come selezionatore.

Quest’esperienza mi ha dato tantissimo dal punto di vista personale e professionale, aiutandomi a capire quali sono i falsi miti che circolano a riguardo e mi ha permesso di sviluppare alcune qualità personali molto utili non solo in ambito lavorativo.

 

Ad esempio…

 

La nobile arte della diplomazia

Ricordo ancora il primo giorno in cui sono entrato a lavorare in una multinazionale: ero teso e mi aspettavo di incontrare un ambiente superefficiente, pieno di persone preparate da cui poter imparare un sacco.

In quel periodo ero parecchio naïve ed il ritorno alla realtà è stato brusco: colleghi menefreghisti e arrivisti, capi incompetenti, una disorganizzazione pazzesca e situazioni surreali. Alla Dilbert, per capirci. Certo, ho anche conosciuto persone preparate e competenti, ma molto meno di quante me ne aspettassi.

Questa prima esperienza mi ha fatto capire che per aver successo nel mondo lavorativo non bastano le competenze tecniche, ma è necessario sviluppare anche capacità interpersonali. E a quel punto ho cominciato a leggere libri sopra libri relativi all’argomento, ad esempio “Come trattare gli altri e farseli amici”, “Never Eat Alone” (tradotto con “Non mangiare mai da solo; se non te la senti di leggerlo in inglese trovi un ottimo riassunto su Italian Indie ). Tutto per imparare come fare network e ad avere buone relazioni con capi e colleghi.

Come potrai immaginare la lettura non è sufficiente per assimilare questi concetti. Solo con tanta pratica puoi renderli automatici e farli davvero tuoi. E tutta questa teoria ho avuto modo di metterla in pratica proprio nel mio lavoro attuale: ho dovuto imparare a gestire non solo i “classici” rapporti con clienti, colleghi e capi, ma anche con i candidati. Ho così imparato come dare buone e cattive notizie (uno dei miei compiti è fornire il feedback delle interviste fatte dai candidati con i manager), come trattare in modo professionale chi capisco che non sia un buon candidato per quella posizione oppure chi mente scrivendo informazioni false sul CV (è successo, e ti sconsiglio vivamente di farlo dato che significa la fine automatica del processo di selezione). Se dovessi riassumere quest’esperienza in due frasi partirei da: “Mettiti nei panni della persona che hai davanti. Sempre.”

Siamo tutti persone diverse, con motivazioni e motivatori diversi, ma su un punto siamo tutti uguali: vogliamo rispetto ed essere informati su cosa sta succedendo durante un processo di selezione. Perciò quando mi capita di chiamare candidati chiedendo di spostare il colloquio precedentemente fissato, oppure di averne uno con pochissimo preavviso, fornisco sempre una ragione e cerco di spiegare il perché di questa situazione. Qualche volta le motivazioni non sono le più sensate, ma solo il fatto di ammettere implicitamente che la situazione è incasinata rende i candidati più disponibili a venirmi incontro e a trovare una soluzione insieme.

La seconda frase è: “Cerca di creare situazioni vantaggiose per tutte le parti in causa.” La famosa, o famigerata, teoria Win-Win, o per dirla con un italiano chiaro, fare contenti tutti. Esempio pratico: trovo un candidato eccezionale che non aspetta altro che di lavorare per il mio cliente ed alla fine viene assunto: lui è contento (ha il lavoro dei suoi sogni), io sono contento (ho fatto bene il mio lavoro) ed il cliente è il più contento di tutti (finalmente ha qualcuno che lo possa aiutare). Questo, però è il caso ideale: molto spesso capiteranno situazioni in cui dovrai raggiungere un compromesso rispetto al piano generale, ed è qui che si vede la vera applicazione di questo principio. Se durante le trattative mantieni un approccio win-win e cerchi di capire quali sono le esigenze più sentite dell’altra persona, cerchi di venirgli incontro accontentandolo lì e chiedendogli sacrifici da un’altra parte. Un esempio molto pratico che mi è capitato recentemente: un candidato era felicissimo dell’offerta, poiché molto appassionato dell’azienda per cui lavoro attualmente, ma avrebbe voluto un po’ di più sia dal punto di vista economico che dal punto di vista contrattuale (un contratto indeterminato, mentre per la posizione in questione potevo offrire solo un determinato). Una volta realizzato che non potevo dargli entrambi, ho cercato di capire cosa fosse più importante per lui, e una volta capito che il contratto indeterminato era la cosa a cui teneva di più, ho intavolato trattative con la mia manager per poterlo ottenere. Queste trattative stanno ancora procedendo (è stato un caso piuttosto recente), ma anche se alla fine non dovessero andare in porto non avrò rimpianti, perché ho fatto del mio meglio per creare una situazione vantaggiosa per tutti.

Preparazione, comunicatività e unicità: la ricetta per il successo lavorativo

Lavorare per un anno nell’industria del recruitment (il modo figo per chiamare la selezione del personale) mi ha aiutato a capire quali sono I falsi miti che circolano su internet a riguardo. Di qualcuno ne ho già parlato in questo post, oggi voglio ribadire qualche concetto.

Esistono tre concetti chiave su cui devi basarti nel momento in cui vuoi fare domanda per un posto di lavoro: preparazione, comunicatività ed unicità. Vediamoli più nel dettaglio.

Quando trovi un annuncio di lavoro interessante, la prima cosa da fare è documentarti sull’azienda e sulla posizione. Puoi usare internet, chiedere a chi ci lavora già qualche dritta in più, qualsiasi cosa purché tu riesca a saperne di più. Facendo così sarai percepito come un professionista serio e farai una buona impressione sul selezionatore, interno o esterno che sia.

Fantastico, ora sei un candidato con grande esperienza e preparato. È sufficiente per ottenere il posto di lavoro che hai chiesto? No, la comunicatività è un fattore altrettanto importante.

Una volta ho avuto una discussione a riguardo con Marco, un lettore che non ama granché le agenzie interinali. Lui sosteneva, giustamente, che un selezionatore spesso non ha le competenze tecniche per giudicare la qualità di un candidato, soprattutto se fa un lavoro molto tecnico (Marco lavora come programmatore di computer, rientrando a pieno titolo in questa categoria). Nonostante sia d’accordissimo su questo punto, un selezionatore una cosa può farla benissimo: giudicare la personalità di una persona. Perciò, se gli viene espressamente chiesto dal cliente di cercare profili preparati ma non arroganti e uno dei candidati con grande conoscenza tecnica dell’argomento si rifiuta di rispondere alle tue domande, oppure sbuffa perché è intervistato da una persona non tecnica, sta compromettendo le sue chances di avere successo.

In un mondo interconnesso come quello attuale, una persona che non è in grado di lavorare con gli altri si troverà spesso in situazione di svataggio, non importa quando sia valida dal punto di vista tecnico. Un personaggio alla Dottor House è molto divertente da guardare in una serie televisiva, ma lavorarci insieme tutti i giorni è un altro paio di maniche.

Quando hai a che fare con un selezionatore ricordati di una regola base del network: è un guardiano che controlla l’accesso alla persona con cui vuoi parlare (il manager) e se vuoi passare oltre devi trattarlo con rispetto anche se dovesse dimostrarsi impreparato nello svolgimento del suo lavoro. Solo così potrai avere accesso al manager e dimostrare in pieno tutta la tua competenza.

Infine, l’ultimo punto: unicità. Nella situazione economica attuale italiana, ci sono un sacco di disoccupati. Per dirla in termini economici c’è un surplus di offerta dei lavoratori rispetto alla domanda e questo, tradotto in modo semplice si traduce con salari più bassi e competizione più alta. Perciò se vuoi avere successo in un mercato del lavoro così competitivo devi essere ossessionato da una domanda: “Perché dovrebbero scegliere me rispetto ad altri candidati?” L’esperienza lavorativa è una delle ragioni più valide, ma se sei giovane e ti stai affacciando al mondo del lavoro, non ti preoccupare: entusiasmo e capacità di lavorare duro sono qualità molto apprezzate dai datori di lavoro, indipendentemente dal livello di esperienza.

Organizzazione e misurazione

Eccoci qui all’ultimo punto di oggi, tipico delle multinazionali outsourcing in cui ho lavorato negli ultimi tre anni, ma che ho imparato ad apprezzare solo recentemente.

Nelle multinazionali si scrivono moltissimi rapporti e si gestiscono parecchi database. In questo modo I manager sono sempre al corrente su quali sono le tue attività, se ci sono problemi sul tuo lavoro, eccetera (lo so, questo è il mondo ideale e non funziona sempre così)

Finora avevo mal sopportato questi database e rapporti perché mi sembravano solo uno strumento per controllarmi e per stressarmi l’anima su dettagli insignificanti. Nonostante qualche volta abbia ancora quest’impressione, ho imparato ad apprezzarli di più e ho cominciato ad applicare una massima americana che ho conosciuto leggendo Tim Ferris: “What gets measured, get managed”. Per i diversamente inglesi: quello che viene misurato, viene gestito. Da quando ho realizzando che un database ordinato e dove possa controllare i dettagli giusti rende il mio lavoro più semplice, ne sono diventato un grande fan. Usandolo al meglio posso capire per quali ragioni i candidati non sono interessati ad una posizione, quale messaggio introduttivo ha il tasso di risposta più alto, etc.

Se vuoi utilizzare questa filosofia nel modo più efficace, ricordati che la scelta di ciò che misuri è fondamentale e di non cadere nella trappola della sovramisurazione (una parola che ho appena inventato per definire un fenomeno curioso: ovvero controllare compulsivamente ciò che hai deciso di misurare, senza prendere alcuna iniziativa e perdendo quindi del tempo prezioso. Pratica particolarmente diffusa tra blogger alle prime armi che controllano visite ogni cinque minuti ed investitori “a lungo termine” di borsa.

 

Eccoci arrivati alla fine del post di oggi. Mi auguro che ti sia piaciuto e preparati: la prossima settimana ci sarà il secondo post di “Detto?Fatto!”, con un rapporto su come è andata la tecnica dei 101 desideri e la prossima sfida di crescita personale della settimana. Il titolo? “Vita da Robot”

 

Buon inizio settimana!

 

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