Vivere all’estero: cosa sapere prima di fare il grande salto

trolley

La valigia con cui sono partito

“Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone”

John Steinbeck

A giugno festeggerò tre anni in Polonia. Quando ho lasciato l’Italia con una valigia da dieci chili e la speranza di un futuro migliore non avevo né un lavoro, né la minima idea di quanto sarei rimasto. Oggi ho qualche cicatrice e tanta esperienza in più, in Polonia sono diventato uomo e ho cominciato a scrivere. E’ stata (ed è) un’esperienza emozionante, ma non è sempre stata una passeggiata di salute. Questa considerazione mi ha fatto venire l’idea per il post di oggi.

Questo post è una guida pratica ed onesta su cosa devi sapere prima di mollare tutto e trasferirti all’estero, che puoi integrare con questa ottima analisi.

Perché partire

fuga dei cervelli

“Per essere un cervello in fuga” non è una buona risposta

Molti lasciano l’Italia perché non sono contenti. Laureati in cerca di occupazione, professionisti scavalcati dal raccomandato di turno nei concorsi pubblici, oppure persone convinte che in Italia la corruzione e la burocrazia impediscano di fare qualsiasi cosa.

Nonostante il dolore sia un forte stimolo al cambiamento, quando devi decidere se vivere all’estero non deve essere l’unica ragione. Se parti solo perché sei disperato, avrai parecchi problemi di adattamento in seguito. Un modo migliore per approcciarti al trasferimento è capire quali sono le priorità nella tua vita e in quali nazioni hai più possibilità di raggiungerle, lasciando perdere il confronto con l’Italia. Ad esempio potresti andare in un paese con un clima che ti attrae particolarmente, oppure uno dove ci sono valanghe di opportunità nel settore dove vuoi specializzarti, uno con una cultura che ti affascina e così via. Una volta trasferito, essere consapevole di questi fattori positivi ti aiuterà a sopportare i momenti di sconforto per la lontananza da famiglia e amici, controbilanciando la nostalgia.

Purtroppo questo non è stato il mio caso: quando ho lasciato l’Italia la odiavo. Odiavo un paese con una classe politica disinteressata al benessere dei suoi cittadini, dove i laureati venivano “ricompensati” con stage di un anno a 250 euro al mese. Vedevo un paese convinto di essere al top che si rifiutava ostinatamente di imparare l’inglese e di aprirsi alle nuove tecnologie. I motivi negativi erano fortissimi insomma.

Allo stesso tempo mi attraeva moltissimo l’idea di vivere in Polonia: un paese economicamente in crescita, dove si respira ottimismo e dove avevo appena trovato l’amore. Ho avuto motivi positivi e negativi per trasferirmi, ma quelli negativi erano predominanti. E questo mi è costato caro parecchi mesi dopo, quando ho realizzato che vivere all’estero è diverso dall’andarci in vacanza o in Erasmus.

Quando sono partito mi sentivo sicuro. Avevo una buona conoscenza della lingua inglese e un’esperienza Erasmus di sei mesi in Germania. Con questa base, mi dicevo, il resto sarebbe venuto da sé. La realtà mi ha aperto gli occhi: quando vivi all’estero e devi lavorare, le tue necessità cambiano completamente. Trovarti una casa, aprire un conto in banca, andare a colloqui di lavoro, imparare a gestire il (poco) tempo libero, sono azioni che richiedono molta più fatica che in Italia. La ragione più banale è la lingua, ma anche altri aspetti culturali o legislativi ti possono mettere i bastoni tra le ruote.

Grazie all’aiuto della mia ragazza e di altri amici locali sono riuscito a superare abbastanza agevolmente questi ostacoli, ma ho avuto anche momenti di estrema frustrazione che mi sarei risparmiato stando in Italia.  Gli ostacoli amministrativo/burocratici non sono insormontabili, ma per goderti al meglio un’esperienza di vita all’estero devi partire con la mentalità giusta: quella di trasferirsi in un posto nuovo (affrontando tutti i vari problemi logistici), non quella di una vacanza. Avere l’entusiasmo alle stelle non fa male, ma rischia di farti sentire a corto di benzina dopo qualche mese, quando svanisce.

Trasferirsi per fare carriera

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…o per cambiare prospettiva!

“In Italia non trovo nulla, nonostante abbia due lauree.  Forse è il momento di trasferirsi all’estero”. Quando vuoi far combaciare carriera e vita all’estero hai due possibilità: la prima è andare all’estero per studiare in un’università prestigiosa, che ti dà conoscenze di ottimo livello e la possibilità di formarti una rete di contatti internazionale; la seconda è fare il tuo percorso formativo in Italia e trasferirti all’estero in un secondo momento.

Mentre la prima opzione è un’ottima scelta quando si tratta di fare carriera, specialmente quando hai le idee chiare (altrimenti questo può darti una mano), la seconda è più vicina ad un salto nel buio che ad un progetto di vita.

Ho letto parecchie storie di italiani all’estero, altri li ho conosciuti ed in più posso portare la mia esperienza personale. Quando si è trattato di trasferirsi all’estero, molti italiani hanno accettato posizioni lavorative corrispondenti ad un livello più basso rispetto a quelle a cui avrebbero potuto accedere con i loro titoli di studio. Ed ecco laureati in economia lavorare come camerieri o laureati in ingegneria a lavorare nei call center. Per quale motivo hanno accettato queste condizioni di lavoro? Semplicemente perché all’estero questi lavori umili garantiscono uno stipendio minimo sufficiente per fare una vita dignitosa senza i soldi di mamma e papà.

Optare per questa scelta ti fa onore, ma devi essere consapevole che le tue possibilità di carriera all’estero rimangono difficili. Per farcela, devi seguire gli stessi passi che useresti in Italia: trovarti un settore interessante, studiarlo a più non posso e crearti la tua rete di contatti che ti possano aiutare a raggiungere la posizione che desideri. Il tutto condito da una difficoltà in più: la lingua.

Quando vuoi lasciare l’Italia perché non trovi nulla e vuoi fare una carriera folgorante all’estero, eden della (presunta) meritocrazia, pensaci. A meno che tu non conosca alla perfezione l’inglese e la lingua locale, le possibilità di ottenere un lavoro ben remunerato che ti offra grandi prospettive di carriera sono molto poche. E lo stesso vale anche per l’attività imprenditoriale. E’ vero che la burocrazia e la tassazione in Italia sono esagerate, ma non in tutte le altre nazioni del mondo ci sono condizioni migliori.

Già che ci siamo, apro una parentesi. Se sei convinto che la cucina italiana sia la migliore del mondo e aprire un ristorante italiano all’estero sia un’idea geniale, potresti andare incontro ad una grossa delusione. La nostra cucina è fantastica e tutti gli italiani all’estero si lamentano di quanto gli manchi il cibo italiano (non faccio eccezione), ma pensare di aprire un ristorante italiano in una nazione qualsiasi per “educare” i locali alla buona cucina è un progetto destinato a fallire. Senza fare le dovute analisi di mercato e le normali considerazione da fare per un qualsiasi business, potresti scoprire che la gente alla sera non esce spesso a cena, rimanendo con un palmo di naso (i polacchi sono così, e i ristoranti che qui a Cracovia vanno meglio sono quelli in centro, in grado di intercettare i turisti).

La comunità italiana e la maledizione del viaggiatore

corna

Un tipico gesto italiano.

Quando parti per andare all’estero, conoscere la lingua del paese in cui andrai a vivere è un enorme vantaggio, ma non è obbligatorio. Se parti all’avventura, devi darci dentro una volta arrivato e imparare almeno l’inglese e la lingua del posto nel minor tempo possibile, altrimenti finirai intrappolato nella comunità italiana, uscendo solo con gli italiani che ti trovi a tiro. Ritrovarsi tra connazionali è un’esperienza molto piacevole, ma non deve rappresentare l’unica forma di vita sociale. Quando decidi di frequentare persone che in Italia non saluteresti nemmeno solo perché parlano la tua stessa lingua, sei intrappolato nella comunità italiana. Ovviamente questo impoverisce moltissimo la tua esperienza nel paese che ti ospita, limitandoti sia nella vita sociale che nelle opportunità a tua disposizione.

L’unico modo per non rimanere intrappolato è accettare l’idea di integrarti in culture diverse. In particolare quando vivi all’estero hai due livelli di integrazione. Il primo è uscire con gli expatscioè gli stranieri che vivono in una grande città. In questo modo migliorerai l’inglese, verrai a contatto con persone che appartengono a culture diverse e ti sentirai un cittadino del mondo. Questa sensazione è fantastica, ma se esci solo con gli expats sarai tagliato fuori da molte delle opportunità che la città ti offre. Per risolvere questo problema devi raggiungere il secondo livello di integrazione, con i locali. Uscendo con le persone nate e cresciute nella nazione dove vivi, potrai conoscere sprazzi unici della cultura che ti ospita, ed avere accesso a interessanti opportunità. La mia soluzione preferita è uscire un gruppo misto di expats e locali, così posso apprezzare diverse culture e avere l’opportunità di praticare la lingua locale senza stancarmi troppo! 😉

Venire a contatto con molte culture diverse arricchirà moltissimo la tua vita e allargherà i tuoi orizzonti, ma ha anche un curioso effetto collaterale, la maledizione del viaggiatore. Questo effetto può capitare quando conosci qualcuno che non ha mai vissuto all’estero, e nonostante la tua buona volontà, non riesci a trovare punti in comune. Questa situazione mi è capitata recentemente con dei ragazzi polacchi che ho conosciuto. Inizialmente ero convinto fosse una ragione culturale, poi pensandoci meglio ho realizzato di aver vissuto esperienze simili anche in Italia, sia dopo il mio Erasmus che durante le mie rimpatriate (qualche volta, purtroppo, mi è capitato anche con persone che conoscevo da parecchio). Quindi attento: quando decidi di vivere all’estero, una parte di te cambierà e potrebbe lasciare indietro le persone che non hanno fatto esperienze simili, facendoti sentire più solo di quanto vorresti.

La maledizione del viaggiatore può spiegare altre situazioni simili: quando vieni promosso e vedi la gelosia negli occhi dei tuoi colleghi, quando raggiungi un obiettivo e alcuni dei tuoi “amici” passano il tempo a rosicare anziché essere felici per te, insomma tutte le volte che raggiungi un obiettivo importante che ti ha cambiato lungo il percorso. Purtroppo non esiste un modo per superarla, l’unica cosa che puoi fare è accettare la nuova situazione e trovarti un nuovo gruppo di persone che condivida i tuoi interessi e le tue esperienze di vita.

Biglietto di sola andata? Una nota finale

viaggiare

“Dobbiamo viaggiare nella direzione delle nostre paure”

Vivendo all’estero ho scoperto ed apprezzato la mia italianità. Considerata la situazione economica attuale in Italia, andare a lavorare all’estero è un ottimo modo per fare quell’esperienza lavorativa così difficile da acquisire a casa. Nel mio caso, ad esempio, ho avuto la possibilità di fare un’esperienza nella selezione del personale, cosa che in Italia non mi era mai riuscita. Se hai deciso di lasciare l’Italia per andare a scoprire una nazione che ti affascina, ricordati che non deve essere necessariamente una scelta di vita definitiva. Puoi andare dove vuoi, fare tutte le esperienze che ti interessano e poi tornare. Non ha senso definire falliti gli italiani che sono andati a lavorare all’estero e poi sono tornati. Il concetto chiave è la mobilità: vai dove ci sono le opportunità di imparare qualcosa nel tuo settore, ed una volta acquisite queste conoscenze puoi fare quello che ti pare. Rimanere, andartene, tornare in Italia, il mondo è grande.

Questo post è abbastanza negativo, e l’effetto è voluto. Consideralo un contrappasso delle favole che trovi su siti di viaggi. Se supererai gli scogli che ti ho elencato, scoprirai che vivere all’estero ti offre dei vantaggi unici. Ad esempio conoscerai a fondo almeno due culture, quella del paese che ti ospita e quella italiana, che prima hai sempre dato per scontata. La tua mente sarà molto più aperta e tollerante (se riesci a tollerare la pasta con il ketchup, puoi tollerare qualsiasi cosa 😀 ) e sarai in grado di cogliere sfumature che prima passavano inosservate.

Inoltre imparerai a cavartela senza l’aiuto dei tuoi genitori, sviluppando la tua personalità adultasia a fidarti degli altri. Soprattutto se sei timido, dover chiedere aiuto a sconosciuti è un ottimo modo per imparare ad aprirti al mondo e a non vergognarti a chiedere aiuto. Se vuoi leggere di più sulle meraviglie all’estero, una ricerca su Google ti darà una vagonata di altre buone ragioni che non voglio ripetere qui.

Mi auguro che questo articolo ti aiuti a prevenire i problemi che potrebbero capitarti durante il tuo trasferimento all’estero e che ti aiuti a realizzare i tuoi progetti, dovunque tu abbia deciso di andare (o restare).

E ovviamente, se ti è piaciuto, condividilo! 😉

 

 

 

 

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2 commenti on “Vivere all’estero: cosa sapere prima di fare il grande salto”

  1. Nessun commento da fare, ma ho letto tutto con molto piacere.
    E’ forse il post più carino che tu abbia scritto, perchè non è solo tecnico: l’hai scritto col cuore in mano!

    • Lorenzo Brigatti ha detto:

      Grazie Marco! 😀
      In questo post ci ho messo molto della mia esperienza personale, ed è giusto così. Spero di aver trovato la miscela giusta tra dare buoni consigli e riuscire ad emozionare chi legge. Anche se ho fatto più fatica del solito a scrivere questo post ne è valsa la pena! 😉


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