Noi, loro e l’arte del dono

dono

Perché un regalo fa sempre piacere

 

Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.

George Bernard Shaw

 

Inizialmente avevo in programma di scrivere altro, poi ho letto un paio di commenti molto interessanti di Marco sul post di come scrivere un CV. Questi commenti hanno stimolato una bella discussione, ma non ho potuto fare a meno di notare come Marco consideri dei nemici le agenzie che si occupano di selezione del personale, da combattere per ottenere un lavoro. Ho visto una contrapposizione fortissima tra “noi” (persone che cerchiamo lavoro) e “loro” (i selezionatori).

Questa contrapposizione si ritrova ovunque nella vita quotidiana: tra colleghi e capi, tra insegnanti e studenti, tra chi compra e chi vende, ed è giustificata da millenni di evoluzione. Quando vivevamo in società meno complesse, dovevamo stabilire legami profondi con i membri della nostra tribù, da considerare come una famiglia allargata e da difendere contro tutti i nemici esterni, a qualsiasi costo. 

Ma…negli ultimi millenni la società si è evoluta. Le città sono diventate sempre più grandi e popolose, il numero di persone da cui dipendiamo e con cui abbiamo a che fare ogni giorno è aumentato in modo esponenziale. Ed ecco che la mentalità “Noi e loro” rischia di rivelarsi più un ostacolo che una fonte di forza.

In questo post vedremo perché è meglio preferire una mentalità più collaborativa alla mentalità “Noi e loro”, usando uno degli strumenti più potenti che abbiamo a disposizione: il dono.

Un po’ di teoria dei giochi: giochi a somma zero VS giochi collaborativi

teoria dei giochi

Peccato che la teoria dei giochi non ti aiuti a vincere a tris

Prima di entrare nel pratico, ti chiedo di seguirmi in questa piccola digressione teorica. Per poter capire meglio come prendiamo decisioni, voglio parlarti della teoria dei giochi,  la scienza che studia le situazioni di conflitto ricercandone soluzioni competitive e cooperative tramite modelli matematici (grazie Wikipedia! 😀 )

Esistono due categorie principali di giochi, quelli competitivi e quelli collaborativi. I primi sono una situazione in cui qualcuno vince e tutti gli altri perdono: quando giochi una partita di basket ci sarà sempre una squadra che vince e una che perde, non ci sono possibilità di ottenere un risultato soddisfacente per entrambi, mentre i giochi collaborativi sono quelli in cui se le due parti collaborano, possono ottenere entrambe un vantaggio: uno degli esempi più classici è il celebre dilemma del prigioniero.

Facile e pulito, vero? Purtroppo la vita non è esattamente così lineare, ed è difficile trovare situazioni che si possono identificare chiaramente nell’una o nell’altra categoria. In questo caso possiamo parlare di situazioni miste: ad esempio, quando lavoro per un’azienda, sono incentivato a collaborare con i miei colleghi, ma allo stesso tempo competo con loro per ottenere prestigio, promozioni ed incarichi importanti. Mi trovo in una situazione di gioco collaborativo e competitivo, e questo rende difficile l’applicazione dei principi della teoria dei giochi.

Poiché molte delle situazioni che ci capitano nella nostra vita ricadono nel gruppo misto, dobbiamo prendere una decisione importante: come comportarci? Vedere tutti come dei nemici, usando la mentalità “Noi e loro” e puntare alla massimizzazione del guadagno immediato, oppure sacrificare qualcosa a favore di una relazione duratura?

Una risposta che va bene per tutte le stagioni, ed in questo caso la più corretta, è dipende. In alcune situazioni, non preoccuparsi troppo del benessere della controparte e puntare dritti al nostro obiettivo (ad esempio in caso di pretese irragionevoli) è la cosa migliore da fare, altre volte costruire una relazione è più importante dei vantaggi tangibili che posso ottenere nell’immediato. Tuttavia, nella vita bisogna essere un po’ partigiani, ed io credo che abituarsi ad una mentalità collaborativa ti possa portare parecchi vantaggi. Ad esempio…

 

Come dare di più ti lancia al top

 

vetta del mondo

Sulla vetta del mondo!

Scommetto che conosci una persona molto generosa, disposta a farsi in quattro per gli altri e pronta ad aiutare anche degli sconosciuti. E scommetto che, se da un lato la ammiri, dall’altro hai l’impressione che sia un po’ troppo ingenua e che a volte si faccia sfruttare da persone un po’ più furbe. Magari hai conosciuto più di una persona così, e questo ti ha convinto ad essere generoso, ma con il freno a mano tirato, tanto che spesso aiuti solo persone che possono ricambiare. Suona familiare?

Eppure essere un po’ più generoso, lasciare da parte le differenze che hai con gli altri e concentrarsi sui punti in comune può aiutarti ad avere successo nel mondo ipercompetitivo del lavoro moderno. In un libro molto interessante dal titolo “Più dai più hai” Adam Grant ha analizzato il rendimento di studenti e diversi gruppi professionali dopo averli divisi in tre gruppi: i generosi (givers), gli opportunisti (takers) e gli equalizzatori (terribile, ma unica traduzione di matchers, con cui Grant indica un gruppo di persone che danno solo in base a quanto ricevono, senza sbilanciarsi troppo verso un estremo o l’altro).

I risultati sono stati per metà scontati e per metà sorprendenti: i generosi sono risultati più presenti nella fascia dei peggiori, ma anche in quella dei migliori. Se il primo risultato può spiegarsi con il fatto che gli opportunisti tendono ad acchiappare al volo le occasioni che gli capitano senza farsi troppi scrupoli, o addirittura possono essere disonesti appropriandosi del lavoro dei generosi che ottengono quindi risultati peggiori, come si spiega il secondo? L’autore azzarda che il merito è degli equalizzatori, che fanno di tutto per spingere le persone più generose al top, punendo quelle che vogliono solo fare i loro interessi. Eppure io sono convinto che ci sia di più: tutti vogliano assicurarsi di avere al top persone generose e pronte a sacrificarsi, sia perché pensano che lo meritino, sia perché è nell’interesse di tutti avere qualcuno al comando pronto a sacrificarsi per la causa.

Quindi, se pensi che chiunque arrivi ad alti livelli sia solo uno stronzo che non guarda in faccia a nessuno, ricrediti. Agli alti livelli si trovano molte persone generose, più di quelle che si trovano in un livello “medio”. Il pregiudizio profilo di alto livello=stronzo mi ha accompagnato per molto tempo: la mia famiglia non è ricchissima, e quando da piccolo vedevo supermanager aziendali o imprenditori di successo, ero sicuro che per avere successo dovessi necessariamente diventare uno stronzo.  E siccome io uno stronzo non lo volevo diventare, quando esprimevo opinioni su queste persone usavo la mentalità “Noi e Loro”, qui nella versione “poveri VS ricchi”. Questo mi ha creato diversi problemi, sia nel modo in cui impostavo il rapporto con chi consideravo come ambasciatore del potere brutto e cattivo (chiunque lavorasse in banca, ad esempio), sia nel rapporto che avevo con il denaro. Ma dopo un paio di anni di esperienza lavorativa, ho realizzato che anche ai livelli più bassi delle organizzazione c’è molta invidia, e quindi non è la ricchezza a renderti uno stronzo, ma il modo in cui la gestisci. Lo stesso vale anche per la povertà, ovviamente. Gli stronzi hanno sempre una giustificazione nell’essere stronzi, che sia per una ragione o per il suo esatto contrario.

Ora che hai superato l’astio verso i supermanager, veniamo ai rapporti con i colleghi. Non considerarli solo come nemici pronti a soffiarti il lavoro o la promozione, ma come delle persone con cui collaborare per raggiungere un obiettivo. Certo, troverai valanghe di opportunisti sulla tua strada, ma con questo approccio troverai anche amici, persone pronte ad aiutarti quando sei tu ad essere in difficoltà e occasioni che altrimenti non avresti potuto avere. Se hai un’idea brillante e ti viene rubata puoi trovare il lato positivo: l’idea era buona (forse anche troppo! 😀 ), e se hai avuto una buona idea una volta potrai averla ancora. Nel frattempo le persone che hanno lavorato con te, sanno chi è che ha avuto e sviluppato questa idea, e se un giorno decidessi di metterti in proprio quelle persone seguirebbero te e non il ladro che ti ha rubato la scena.


L’esempio migliore della forza della mentalità collaborativa nel mondo del lavoro si può trovare su internet, in cui i tuoi nemici (concorrenti) in realtà sono alleati per poter allargare il mercato in cui operi. Ti faccio un esempio pratico che conosco bene: i siti di crescita personale. I siti internet/blog più seguiti anziché farsi una guerra spietata per contendersi i lettori, cercando di collaborare tra loro attraverso meccanismi di affiliazione (pubblicizzare un prodotto sul sito di un concorrente) oppure attraverso lo scambio di post ed altre strategie collaborative allo scopo di allargare il pubblico che raggiungono e poter così aumentare entrambi le vendite dei loro prodotti, e di conseguenza i loro profitti.

 

Sii egoista, dona

 

Egoista

Non stavo parlando della macchina

Vuoi sapere la parte più divertente di adottare una mentalità collaborativa? Essere generosi ha dei vantaggi del tutto egoistici, di cui tu puoi godere a prescindere che la persona a cui hai regalato il tuo tempo o le tue energie ricambi. Ad esempio, ti sentirai molto più utile e competente. Se un collega ti chiede di aiutarlo in qualcosa dove sei un mago e lui non riesce bene, aiutarlo ti darà una bella botta di autostima, e potrebbe farti diventare anche l’esperto di un determinato argomento. E quando cominci a saperne parecchio di più dei tuoi colleghi in un campo, succedono due cose: la prima è che cominci ad acquisire più importanza nell’azienda in cui stai lavorando, perché sei l’unico in grado di risolvere una serie di problemi,  e questo aumenta il tuo potere contrattuale. La seconda, forse ancora più interessante, è che la competenza che stai sviluppando può essere la base di una tua futura attività imprenditoriale, staccandoti dal mondo aziendale. Mica male no?

Un’altra possibilità, che si verifica quando decidi di aiutare qualcuno per un compito in cui non hai la minima esperienza, è nell’imparare qualcosa di nuovo, che ti permette di ampliare le tue conoscenze e successivamente di combinare quello che conoscevi già con quello che hai imparato, acquisendo un’esperienza unica che ti può tornare utile nel corso della vita.

 Qualche volta donare è anche un puro atto egoistico, perché quando hai un talento, esso chiede di essere usato, ed il non farlo ti fa star male (parafrasi di un personaggio molto saggio di Stephen King). Se sei un magnifico oratore e passi le giornate caricando fatture in un computer, ti sentirai frustrato, perché non stai usando il tuo talento. Nel momento in cui dovessi usarlo per illustrare una presentazione sui tuoi risultati, ti sentiresti appagato, anche se non ottenessi nessun incentivo economico o sociale.

Ciliegina sulla torta, infine, se doni di più diventi una persona più felice e più piacevole (come abbiamo già visto qui), il che significa avere una vita sociale più ricca.

 

Il mio cocktail personale: come essere generoso senza farsi sfruttare

cocktail

Non ho mai provato un flambé, e ho il sospetto che qui in Polonia dovrò aspettare un bel pezzo!

 

Prima di chiudere questa apologia delle generosità, voglio darti la mia ricetta personale per essere generoso senza farti sfruttare. Pronto?

Come prima cosa…conosci te stesso e sii onesto! Chiediti se in generale sei un tipo di persona generosa, opportunista o un matcher (e datti una risposta onesta, nessuno ti giudicherà male se non rispondi quello che gli altri si aspettano da te). Io ad esempio sono un matcher, perché inconsapevolmente cerco di bilanciare quello che offro con quello che ricevo, ma con i miei amici non mi faccio problemi nè ad essere molto generoso, nè a ricevere grandi favori, perché so che sono persone di cui mi posso fidare.

Una volta stabilito quale è la tua preferenza aggiusta un po’ il tuo stile: se sei un opportunista o un matcher sforzati di essere un po’ più generoso verso gli sconosciuti, mentre se sei troppo generoso continua a donare con piacere, ma senza dimenticarti di te stesso e dei tuoi doveri.

Con un po’ di pratica, ho imparato ad essere più generoso, soprattutto se si tratta di piccolezze che mi costano poco tempo, e posso anche impegnarmi di più se questa persona mi piace a pelle. Se però vedo che queste attenzioni non sono contraccambiate dopo qualche tempo, tendo a chiudere tutto e a dedicare il mio tempo a persone che lo apprezzano.

Esiste una strategia tanto semplice quanto brutale, presa dalla teoria dei giochi chiamata “tit per tat”, che si può tradurre nel sempreverde “Occhio per occhio, dente per dente”. In poche parole consiglia di comportarsi con una persona come questa si è comportata con noi l’ultima volta. Se in un contesto pericoloso o incerto è ottima, nella società moderna è deleteria: ad esempio se in una coppia entrambi seguono questa filosofia, basta che uno sgarri una volta per scatenare una guerra infinita che si può risolvere solo quando uno dei due decide di cambiare consapevolmente la sua risposta e mandare segnale distensivi, nonostante l’altra persona sia ancora ostile. Il mio consiglio è quindi di essere generosi almeno per tre volte con una persona, prima di bollarla come caso irrecuperabile.

Il secondo punto è andare oltre gli stereotipi: se pensi che tutti quelli che appartengono ad una categoria (ad esempio, i selezionatori delle agenzie) sono tutti (inserisci aggettivo spregiativo a caso) hai creato un pregiudizio che influenzerà moltissimo tutte le tue relazioni. Come potrai essere generoso e bendisposto con qualcuno che reputi disonesto, o in malafede? Praticamente impossibile.

Perciò, quando conosci qualcuno e la sua professione, oppure la sua fede politica o religiosa (per citare due temi piuttosto scottanti) non si uniforma alla tua visione del mondo, concedigli almeno il beneficio del dubbio. Al di là dei motivi per cui una persona ha fatto determinate scelte (che potrebbero essere sufficienti per giustificarla), ricordarsi che hai davanti un essere umano e non un nemico ti può dare una mano a creare un buon rapporto.

E tu che ne pensi di usare un approccio più collaborativo anche con i tuoi nemici giurati? Pensi che possa funzionare o ci sono casi irrecuperabili per cui si può solo scatenare l’inferno?

Fammi sapere la tua! 😉

 

 

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9 commenti on “Noi, loro e l’arte del dono”

  1. Grazia Gironella ha detto:

    Sono d’accordo su tutto… te lo immaginavi? 🙂
    In generale credo sia un grande passo avanti imparare a dare a prescindere dai riscontri. Non stupidamente, ma (come dici tu) dando all’altro la possibilità di dimostrare i suoi lati positivi (il buon, vecchio “io okay, tu okay”), e anche – perché no? – stimolandolo a tirare fuori i suoi lati positivi, che talvolta nemmeno conosce. Può sembrare un po’ assurdo, ma se fai i complimenti a qualcuno per qualcosa di più invisibile di un granello di sabbia in un secchiello, metti in moto un meccanismo positivo in lui, che può avere conseguenze impensate.

    • Lorenzo Brigatti ha detto:

      A dire il vero…no! 😛 Non mi sono abituato, quindi mi fa sempre piacere quando sei d’accordo con me!

      Prima di tutto voglio ringraziarti per la parola “riscontri”. Da buon italiano all’estero sto abusando della parola feedback, che uso in qualsiasi lingua stia parlando. Per fortuna adesso ho un valido sinonimo per l’italiano! 🙂

      Condivido in pieno la potenza dei complimenti: se fatti in modo corretto (e questa è un’arte in cui non sono un esperto, purtroppo, attendo consigli!) possono ribaltare una prima impressione negativa, ed essere una buona base per collaborazioni future oppure l’inizio di una bella relazione!
      L’unica cosa che ho imparato nel campo dell’adulazione è che se hai la malaugurata idea di fare ad una donna un complimento comparativo (del tipo: “Stasera sei più bella del solito”)… preparati a soffrire! 😀

      • Grazia Gironella ha detto:

        Eh no, l’adulazione è proprio un’altra cosa. Quello che intendo io è guardare all’altro come sicuramente migliore di me sotto almeno un aspetto, cercare di individuare quale sia e valorizzarlo. C’è sempre, senza eccezioni! Non che sia semplice, nell’insieme, ma a chi non piacerebbe ricevere questo trattamento? In fondo è un modo per riconoscere il valore altrui, una sorta di “namastè” applicato.

        • Lorenzo Brigatti ha detto:

          Hai ragione, mi sono espresso male. Non stavo parlando di complimenti falsi, fatti solo per ottenere qualcosa, ma di quell’arte di fare sentire le persone competenti e apprezzate per quacosa che davvero sanno fare bene (più o meno meglio di noi a volte non ha neppure importanza! 😀 )

          PS: grazie a te oggi ho imparato cosa sia il namastè! 😉

  2. Ok, allora donami un posto di lavoro!

    Non riesco proprio a capire il nesso tra il tuo predicare la collaborazione e l’amore universale con la selezione del personale usando criteri inadeguati.
    Io NON ce l’ho con chiunque mi selezioni (qualcuno dovrà pur farlo, mica mi assumono al buio su mia richiesta), ma solo con le agenzie.
    Io sono ,in generale, un tipo che fin da bambino ho sempre dato una prima impressione (diciamo l’impressione “esteriore”) piuttosto negativa, ma poi son sempre stato molto apprezzato da chi m’ha dato una possibilità e ha valutato LA SOSTANZA.

    Purtroppo non sei tu che sbagli: è proprio il concetto di agenzia che è sbagliato! E’ assurdo che esistano.
    E’ come cercare la fidanzata tramite la madre che filtra le ragazze e te ne propone 5 ma ti impedisce la conoscenza delle altre 95 che si sono presentate, di cui magari 40 erano visibilmente delle eroinomani, ma le altre 55 sono state scartate solo perchè non piacevano a tua madre (e adesso non mi dire che le agenzie scartano solo i candidati palesemente inadeguati, eh!!!!).

    Dici:”E tu che ne pensi di usare un approccio più collaborativo anche con i tuoi nemici giurati?”
    Ma come faccio a collaborare con chi mi impedirà di ottenere il posto di lavoro che invece otterrei se lui non esistesse? Vuoi che mi tiri giù i calzoni?

    Alla fine il punto è sempre lo stesso: se io non lavorassi dove lavoro ora (e sono adeguato, visto che l’azienda è contenta di me) e io venissi da te per essere selezionato per questo posto di lavoro, tu mi scarteresti. Sicuro come l’oro.
    Tutte le belle parole del mondo scritte in qualunque blog non cambierebbero quest’ultima cosa che ho scritto.

    • Lorenzo Brigatti ha detto:

      E io non capisco proprio come tu possa essere sicuro che tutte le agenzie possiedano criteri inadeguati, mentre la sezione risorse umane di ogni azienda sia dotata dell’onniscenza necessaria per giudicarti correttamente ad uno sguardo.
      Non è assurdo che le agenzie esistano: molto semplicemente le aziende, che tu vorresti giudicassero in prima persona la tua esperienza, preferiscono risparmiare tempo e soldi avvalendosi di intermediari.

      Non ti sta bene? Legittimo, allora non considerare NESSUNA delle aziende che si avvalgono di agenzie, in quanto non sono in grado di capire che devono investire sulle loro sezione risorse umane e preferiscono affidarsi a terzi. In questo modo sarai giudicato solo da persone che rispetti, ma poi non ti lamentare se non trovi lavoro, perché il mercato sta andando in un’altra direzione.

      Un’altra cosa che forse non ti è chiara è che certi criteri di selezione delle agenzie sono IMPOSTI dall’azienda, e non viceversa. Usando il tuo esempio della mamma e della fidanzata, è che come se tu dicessi: voglio conoscere solo donne con la terza di reggiseno in su. E’ colpa tua o della madre, se ti precludi di conoscere ragazze che potrebbero piacerti, ma non soddisfano questo requisito che tu stesso hai imposto? E se alla fine ti trovi a dover scegliere tra dieci ragazze che ti piacciono, ma puoi sceglierne solo una, scarti le altre nove perché sei cattivo o perché il numero di posti è limitato e quindi sei costretto a scartare candidate adeguate? Questa potrebbe essere una spiegazione del perché le agenzie scartano candidati validi.

      E poi, la prima impressione. E’ una forza potente che non si può ignorare, non importa quanto ci si bagni la bocca di discorsi retorici che esaltano l’uguaglianza. Ci sono studi documentati in cui è dimostrato che le persone più belle e più alte sono viste come più intelligenti, e allora cosa possiamo farci? Lamentarci di quanto il mondo è ingiusto o migliorare gli aspetti della nostra prima impressione che possiamo modificare (ad esempio vestiario, postura, tono di voce)?

      Ognuno nella vita è libero di avere le opinioni che crede, ma se tu, sulla base di alcune esperienze personali negative, condanni tutta una categoria di persone e ti comporti in modo ostile con loro, non aspettarti di ricevere l’obiettività che tu sei il primo a non fornire.

      Il finale è emblematico: “se io non lavorassi dove lavoro ora (e sono adeguato, visto che l’azienda è contenta di me) e io venissi da te per essere selezionato per questo posto di lavoro, tu mi scarteresti. Sicuro come l’oro.”
      Su cosa è basata la tua opinione? Non si tratta nemmeno di scomodare la logica di dono, se io sto cercando qualcuno, e il tuo profilo corrisponde ai requisiti dell’azienda, sarai selezionato punto e basta. La persona che ti può scartare perché non gli piaci a pelle, nel caso, è il tuo futuro manager, ma in questo caso non puoi certo incolpare le agenzie.

      Una chiusa, per risolvere un possibile malinteso. Il nostro dialogo è servito come spunto, e penso che tutti noi soffriamo della mentalità “Noi e loro”, in campi diversi nella nostra vita. Io sono tuttora alle prese con i problemi che mi dà questa mentalità in Polonia, dove confronto cosa facciamo “noi Italiani” VS “loro polacchi”, e ti posso garantire che mi capita spesso di fare discorsi di questo tipo. Spero che tu non ti sia sentito chiamato in causa come unico esempio negativo, perché questa mentalità appartiene ad ognuno di noi, e come già scritto nel post, in determinate situazioni è in grado di aiutarti e non di ostacolarti.

      • Non ti sta bene? Legittimo, allora non considerare NESSUNA delle aziende che si avvalgono di agenzie, in quanto non sono in grado di capire
        […]In questo modo sarai giudicato solo da persone che rispetti,

        Osservazione perfettamente logica. Ottima.
        Tuttavia anche gli animali in gabbia accettano il cibo dallo stesso padrone che li ha ingabbiati. La fame supera l’orgoglio.

        ma […] il mercato sta andando in un’altra direzione
        Infatti ,non per fare il superbo, ma uno dei motivi per i quali sto dove sono e non sono in cerca è proprio questo.
        Aimè, io ho questa caratteristica che riconosco come difetto e pregio contemporaneamente: la prima impressione che dò non è granchè positiva, anche se in realtà il mio valore è poi confermato (non lo dico io); questo specialmente nel mondo del lavoro, ma spesso anche in altri rapporti sociali.
        Ho come una parte esteriore e una interiore ,come tutti, ma nel mio caso la differenza è particolarmente ampia.

        è dimostrato che le persone più belle e più alte sono viste come più intelligenti, e allora cosa possiamo farci? Lamentarci di quanto il mondo è ingiusto o migliorare gli aspetti della nostra prima impressione che possiamo modificare (ad esempio vestiario, postura, tono di voce)?
        Piano piano vieni dalla mia parte eh? 🙂 Io sono dell’idea che ,come dire… uno basso debba andare al colloquio con quelle scarpe che fanno sembra più alti. E’ una finzione per aggirare i preconcetti.

        Una chiusa, per risolvere un possibile malinteso. Il nostro dialogo è servito come spunto
        Sicuramente ogni scambio di opinioni è un arricchimento! Ti ringrazio!

        in Polonia
        A proposito: ma come sei finito in Polonia? Sul lavoro parli inglese o polacco? Hai mollato tutto e ti sei trasferito? Se non ricordo male eri già stato a lavorare in Slovenia o quelle zone lì.
        Io non riuscirei mai. Nemmeno se fossi scapolo. Non che abbia particolare attaccamento a genitori/parenti/amici, ma ho attaccamento ai miei luoghi, alle mie abitudini.
        Non sono uno che ama gli stravolgimenti e anche per questo ho cambiato pochi posti di lavoro (anzi, 10 anni fa ha dovuto chiudere l’azienda per farmi andare via 😀 ).

  3. Lorenzo Brigatti ha detto:

    Uno scenario un po’ triste quello degli animali in gabbia, anche se mi è capitato di sentirmi così qualche volta, specialmente al lavoro. Se ci facciamo coraggio, però, possiamo cominciare a mettere il naso fuori dalla gabbia, e quando scopriamo che il mondo che non conosciamo non è proprio così ostile, possiamo abbracciare l’incertezza e goderci il viaggio, e magari cambiare lavoro! 😉
    Purtroppo io sono nella fase di esplorazione iniziale, quindi non ho risposte in tasca su come è il mondo al di fuori del sistema dominante, ma sono curioso di vederlo!

    Sulla prima impressione, però, vorrei avere l’ultima parola, raccontandoti di un outlier, un caso fuori dalla media se vogliamo parlare come mangiamo, e cioè un mio carissimo amico. Non è un adone, è più basso di me e ad una prima occhiata non ha nulla di speciale. Eppure, fin dalla prima volta che l’ho conosciuto mi ha stupito con la sua capacità di risultare interessante a uomini e donne, e l’ho visto più di una volta ribaltare il tavolo e vederlo uscire vincitore da confronti in cui partiva svantaggiato. Adesso, e la cosa non mi sorprende affatto, è uno dei pochi ragazzi che conosco che è riuscito ad ottenere un lavoro di altissimo profilo, che gli piace e per cui viene profumatamente pagato. Il semplice fatto che si accetti per come è senza fare troppi confronti è stato uno dei motivi per cui l’ho invidiato di più, ma allo stesso tempo l’ho considerato come un modello da imitare ed oggi…da questo punto di vista me la cavo bene anch’io! 😀
    Lavorare sulla voce, sulla postura e sul linguaggio del corpo serve, ma ad un certo punto diventano un po’ come la piuma di Dumbo: dentro di te si sono sviluppate una consapevolezza e una sicurezza nuove che si riflettono in tutto ciò che dici o che fai e che rendono questi accorgimenti superflui. Quindi, se posso permettermi, vivi in maniera spensierata e goditi gli incontri che fai per strada, e la tua “cattiva” prima impressione comincerà a dissolversi.
    Del resto, come ha detto in buon Mourinho: “Neanche Gesù Cristo piaceva a tutti!”
    Ora che ho finito il malloppone posso rispondere alla tua domanda, finalmente! 😀

    Non sono mai stato in Slovenia, potrebbe essere una metà di un viaggio futuro. In Polonia invece, sono venuto per amore e per lavoro. Ho incontrato la mia attuale ragazza qui, ed essendo molto frustrato dalla situazione lavorativa italiana,ho deciso di fare un salto nel buio e venire a Cracovia. Conoscevo poco la Polonia (un paio di viaggi di piacere e nulla più), ma l’ottimismo che ho respirato fin dal primo giorno mi ha conquistato e mi ha convinto di aver fatto la scelta giusta.
    Oggi, dopo due anni e mezzo, ho visto il bello ed il brutto della Polonia, e ogni tanto l’Italia mi manca (tranne cibo e bidè, quelli mi mancano sempre, tutti i santi giorni! 😛 ) Comunque continuo a trovarmi bene qui, e adesso che il polacco non è più un insieme di parole simil-codice fiscale ma una lingua che riesco a capire mi sento un po’ più inserito, anche se il fatto di parlare solo inglese al lavoro non mi aiuta a migliorare alla svelta.

    Mollare tutto per cambiare nazione è…un’esperienza. La tua vita viene stravolta, è vero, ma è possibile esportare qualcuna delle tue piccole abitudini (io ad esempio medito una decina di minuti tutte le mattine). La prima fase è veramente tosta, perché, soprattutto se non conosci la lingua ti senti dipendente come un bambino dagli altri e il tuo cervello “rifiuta” che la tua capacità di comunicazione sia così limitata. Finché l’entusiasmo dura è tutto ok, poi inizia la parte davvero difficile, ma superata quella è discesa! 😀
    Non credo comunque che rimanere attaccati ai proprio luoghi sia un problema: anziché vivere in mille posti diversi puoi stare dove sei, e farti un bel viaggio lungo all’anno in cui ti immergi in un’altra cultura consapevole che poi tornerai a casa e ritroverai tutto quello che hai lasciato.

    PS: ho anch’io una domanda per te, anche se è un po’ off topic. Come fai nei commenti sul blog a personalizzare il carattere con grassetto e corsivo? Ci sto smanettando da mezzora e non ne sono ancora venuto a capo! 😛

  4. […] che dando amore ci sentiamo meglio, a prescindere dalla reazione della persona amata, poichè l’atto di donare ci fa già sentire più […]


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